Lettera a un Padre

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21 giugno 2013 di Espatrio Isterico

Caro papà,

voglio dirti a cosa stavo pensando un paio di notti fa.

Pensavo che passerò la mia vita con un debito di gratitudine nei tuoi confronti. Sono stata una bambina fortunata, un’anima fortunata, perchè mi hai regalato le ali, e non so nemmeno se tu l’hai mai saputo. Non so se tu l’abbia fatto consciamente, non so se tu sia mai stato consapevole di che padre sei stato. Per molti anni, forse tutti, se immagino Dio, ha il tuo viso e la tua barba. E le tue braccia.

Sai quelle partite a scacchi che facevamo le sere d’inverno? Mi hanno insegnato tattica e strategia, concentrazione e attenzione, la capacità di prevedere sempre un piano B. Mi serve tanto sai, Paolo mi dice ridendo che ho sempre un piano di riserva. E’ vero. Le mie spalle sono sempre ben coperte, proprio come quelle del Re, che deve stare nelle retroguardie, all’inizio, e quando poi lo mandi in scacchiera, ci stai sempre attento. Allo stesso tempo, devi osare, per vincere.

Quelle mosse di karate sul tappeto, te le ricordi? Mi buttavi sempre a terra, tu! Perdevo sempre. Ma ho imparato che c’è grazia nella sconfitta, che quando cadi ti rialzi, che i riflessi pronti sono necessari, ma a volte accade che vieni travolto da ciò che non hai previsto. La prossima volta starai più attenta… E’ così. Ho imparato a perdere, a uscirne a pezzi. Sento ancora il tatto della tua mano, quando me la tendevi per rialzarmi. Lo fai ancora, con la voce interiore.

Mi chiamavi spesso in salotto, per mostrarmi gli studi che stavi facendo, o qualche stramba notizia / studio scientifico. A volte non ti ascoltavo davvero, guardavo le tue labbra come si muovevano calme, sentivo la tua voce così confortante. Ero troppo piccola, avevo otto/nove anni, papà, non capivo tutto. Però se ti ricordi avevamo fatto uno studio insieme, sulle droghe, sulle religioni, sui francobolli, sugli animali. Stavamo sempre organizzando. Ed è così che ho imparato a leggere, informarmi, andare a fondo nelle tematiche. Sono ancora quella bambina di otto anni, che guarda le cose nuove con meraviglia e sorpresa.

Hai messo il mondo nelle mie mani, ospitando persone da tutto il mondo, insegnandomi la bellezza dello scambio, della solidarietà, della dignità di ogni razza, religione, nazionalità.

Mi hai insegnato a suonare la chitarra, e poi il flauto traverso. C’era un periodo che non volevo suonare, ma a te piaceva da pazzi suonare con me, tu la chitarra e io il flauto. Alla fine mi hai registrata mentre suonavo il flauto e tu ci suonavi sopra con la chitarra quando io non c’ero! Ma guarda che eri strano! Mi fa tenerezza e dolore pensarci, ma avevo 12 anni, e avevo i miei tempi, i miei spazi. Quello spazio musicale ha svegliato la mia anima artistica, e non solo. Già da piccola sapevo leggere le note in chiavi diverse… le chiavi musicali sono diventate con il tempo chiavi di vita, chiavi di dimensioni. So leggere tante cose, non solo tra le righe del pentagramma, ma tra le righe della vita. A volte le note sono corte, a volte sono troppo intense, a volte sono difficili da leggere. Ma c’è sempre un modo per farcela… mi siedo, respiro, e mi lascio andare. Proprio come con la musica, proprio come con te.

Sai che sono andata a vivere dove tu avevi portato mamma quando era incinta di me. La vita è proprio ironica. Mamma non ricorda dove siete stati, ma io quei posti li troverò, e ci metterò i piedi, facendo finta che tu sia con me.

Ora ti lascio, papà. E’ troppo il dolore, per questi 11 anni che non ci sei più, per i miei tre figli che non hai mai conosciuto, per loro che non potranno mai sapere che anima gigante sei. Per me che non posso raccontarti quante cose nuove sto sperimentando, e quante persone belle ci sono nel mondo. Anche se tu questo lo sai già, perché me lo hai sempre detto.

Grazie Papà. Se sono arrivata fino a qui, è per la forza d’animo e la voglia di vivere che tu mi hai donato, in quei meravigliosi 19 anni insieme.

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One thought on “Lettera a un Padre

  1. Romina Tomasin ha detto:

    Penso che tuo padre sia fiero della sua vulcanica ragazzina, diventata donna, ma senza togliersi mai lo stupore che rende le persone vere, trasparenti, pulite. Ha lasciato una ragazza coraggiosa, gioiosa nel suo essere donna, nel suo essere mamma, nel suo essere espatriata alla ricerca di un qualche cosa di “azzurro” senza stancarsi mai… che gran bel lavoro ha fatto questo uomo, che non dubito essere lontano da te, da quei tre nipoti che non ha conosciuto, ma che vede oggi orgoglioso. Ma quanto ci mancano questi uomini possenti nella nostra memoria di bambine, possenti nel carattere, nel trasmettere certezze ed idee… non saremo mai abbastanza grandi, abbastanza adulte da accettare che la nostra radici scompaiano semplicemente nella memoria del tempo. Troppo banale forse, per uomini come questi… al contrario nel bene e nel male hanno lasciato un segno indelebile nelle nostre vite, che a volte conforta, altre invece, amareggia, perchè un perchè non possa essere ancora con noi, non ci è dato sapere… e qui la rabbia, poi la nostalgia, poi la rassegnazione, poi tutte e quattro in una sola giornata, e poi… sbiadisce un po’… ci deve lasciare lo spazio di essere noi stesse e non la loro copia, ma solo noi, con la nostra unicità, che con il loro infito amore e benetacito assenso percorriamo le nostre strade… se ci incontreremo ancora non lo sappiamo davvero… ma quale sogno sarebbe riaverli almeno per 5 minuti e chiedere loro, ancora con l’interrogativo degli adolescenti… papà, sto facendo la cosa giusta? Sei fiero di me? Ti porto nel mio cuore sempre, lo sai vero… questo gli direi io…

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